Paesaggi del NordEst

Indagini e scenari Re-Cycle al Margine della Pedemontana Veneta

Matteo Aimini, All Right Reserved © 2017

Amarcord

Una nota personale

 

Matteo Aimini

La scalinata di Primolano, 1978

Album di famiglia

 

Con il tempo ho visto cambiare questi territori, a partire dai finestrini del sedile posteriore di una Fiat 132. Anno dopo anno, automobile dopo automobile per quasi due decenni, Milano sfumava, quando mi avvicinavo ai monti, ai campi coltivati, alle pannocchie, alle piccole case rurali con il foro ovale. La Montagna era un piccolo paese abbarbicato ai lati della statale Agordina, dopo Sedico. Per raggiungerlo si potevano percorrere almeno tre itinerari: attraverso la gola del Cismon e dopo le scalinate di Primolano, oppure costeggiare la Piave salendo verso Feltre o passare per Fadalto sostando ai laghi. La luce, sempre più forte, rispetto alla città e l’odore dei campi mi stordivano di gioia. Quindici anni di assenza, se non per rapide incursioni nella casa di famiglia, attraversando i paesaggi nelle autostrade tubo, ho inevitabilmente perso il contatto con il territorio e i suoi cambiamenti.

A lungo sono stato assorbito dai contesti asiatici ipertrofici, dove tutto è veloce ed in continuo mutamento, le linee della città cambiano ogni sei mesi e le campagne agricole vengono rapidamente risucchiate,

per lasciare spazio a mastodontici blocchi residenziali, a contenitori del consumo individuale e grandi distretti industriali.

Ritornare in questi territori sferzati dalla contrazione, dall’abbandono e da fenomeni non trascurabili di dispersione, almeno in principio, mi ha creato un certo scompenso : non riconoscevo più i paesaggi della mia infanzia e mi sentivo sprovvisto degli strumenti adeguati per comprendere una situazione che meritava di essere raccontata. Ingenuamente davo per scontato il progresso infinito, l’impossibilità di fermare i processi di globalizzazione territoriale che propongono

nuovi e strabilianti modelli edilizi, ma la sospensione, questa insolita condizione di assenza, di abbandono, per certi aspetti non nuova, in pochi anni di riassetto economico (la cosiddetta crisi), si è rapidamente propagata, maculando i contesti produttivi e non della Megalopoli Padana. Gli apparati critici che fino ad ora avevo utilizzato non appartenevano certamente al giardino di casa mia.

La sospensione disegna così l’altro lato della medaglia, l’atrofia dovuta alla crisi, alla delocalizzazione produttiva, alla concorrenza, ad una fiducia infinita ed ingenua verso un modello di sviluppo espansivo votato principalmente al consumo di risorse, quali esse siano. Ben presto atterrare all'aeroporto di Hanoi Noi Ba, e vagare nell’alta Pianura Veneta, mi provocava lo stesso tipo di reazione. Acidità.

Dovevo rapidamente applicare il collaudato metodo di esplorazione messo a frutto nel racconto della Metropoli Tropicale.

Non avevo un motorino a quattro tempi come in Vietnam, per gironzolare otto ore al giorno nei più reconditi angoli della metropoli, ma potevo

ovviare a questo incoveniente con ricognizioni itineranti da terra e battute aeree palmo a palmo. Perdersi d’estate nella desolazione delle placche industriali di capannolandia, tra manufatti industriali infestati di erbacce e talvolta da iperattività, tra strade perdute in mezzo a campi coltivati che terminano in ville fortificate, madonnine agli incroci e soprattutto molte villette...La tipologia del casannone o della mitica villetta anni settanta non saranno mai evocative quanto le case tubo del sud est asiatico, ma certamente rappresentano una specie autoctona ben definita e precisa. Per non parlare dei silos che talvolta sbucano solitari all'orizzonte, portandoti nel cinematografico midwest, giusto per non dimenticare la vera natura di questo territorio, profondamente agricolo, profondamente ricco d'acqua, sapientemente incanalata nel tempo per trasformare le pietraie in terreni fertili.

Sembrava impossibile, quasi una forzatura stabilire dei parallelismi tra territori distanti più di diecimila chilometri tra loro, eppure alcune situazioni erano e sono quasi le medesime: mi riferisco all’eccessiva autonomia politica delle singole municipalità in materia di territorio, agli interessi privati sopra il bene comune, allo scarso grado di partecipazione delle comunità locali nelle scelte infrastrutturali e una comprovata aggressività edilizia...

 

Matteo Aimini, All Right Reserved © 2017

Gli apparati critici che fino ad ora avevo utilizzato non appartenevano certamente al giardino di casa mia.

La sospensione disegna così l’altro lato della medaglia, l’atrofia dovuta alla crisi, alla delocalizzazione produttiva, alla concorrenza, ad una fiducia infinita ed ingenua verso un modello di sviluppo espansivo votato principalmente al consumo di risorse, quali esse siano. Ben presto atterrare all'aeroporto di Hanoi Noi Ba, e vagare nell’alta Pianura Veneta, mi provocava lo stesso tipo di reazione. Acidità.

Dovevo rapidamente applicare il collaudato metodo di esplorazione messo a frutto nel racconto della Metropoli Tropicale.

Non avevo un motorino a quattro tempi come in Vietnam, per gironzolare otto ore al giorno nei più reconditi angoli della metropoli, ma potevo

ovviare a questo incoveniente con ricognizioni itineranti da terra e battute aeree palmo a palmo. Perdersi d’estate nella desolazione delle placche industriali di capannolandia, tra manufatti industriali infestati di erbacce e talvolta da iperattività, tra strade perdute in mezzo a campi coltivati che terminano in ville fortificate, madonnine agli incroci e soprattutto molte villette...La tipologia del casannone o della mitica villetta anni settanta non saranno mai evocative quanto le case tubo del sud est asiatico, ma certamente rappresentano una specie autoctona ben definita e precisa. Per non parlare dei silos che talvolta sbucano solitari all'orizzonte, portandoti nel cinematografico midwest, giusto per non dimenticare la vera natura di questo territorio, profondamente agricolo, profondamente ricco d'acqua, sapientemente incanalata nel tempo per trasformare le pietraie in terreni fertili.

Sembrava impossibile, quasi una forzatura stabilire dei parallelismi tra territori distanti più di diecimila chilometri tra loro, eppure alcune situazioni erano e sono quasi le medesime: mi riferisco all’eccessiva autonomia politica delle singole municipalità in materia di territorio, agli interessi privati sopra il bene comune, allo scarso grado di partecipazione delle comunità locali nelle scelte infrastrutturali e una comprovata aggressività edilizia...

 

Con il tempo ho visto cambiare questi territori, a partire dai finestrini del sedile posteriore di una Fiat 132. Anno dopo anno, automobile dopo automobile per quasi due decenni, Milano sfumava, quando mi avvicinavo ai monti, ai campi coltivati, alle pannocchie, alle piccole case rurali con il foro ovale. La Montagna era un piccolo paese abbarbicato ai lati della statale Agordina, dopo Sedico. Per raggiungerlo si potevano percorrere almeno tre itinerari: attraverso la gola del Cismon e dopo le scalinate di Primolano, oppure costeggiare la Piave salendo verso Feltre o passare per Fadalto sostando ai laghi. La luce, sempre più forte, rispetto alla città e l’odore dei campi mi stordivano di gioia. Quindici anni di assenza, se non per rapide incursioni nella casa di famiglia, attraversando i paesaggi nelle autostrade tubo, ho inevitabilmente perso il contatto con il territorio e i suoi cambiamenti.

A lungo sono stato assorbito dai contesti asiatici ipertrofici, dove tutto è veloce ed in continuo mutamento, le linee della città cambiano ogni sei mesi e le campagne agricole vengono rapidamente risucchiate,

per lasciare spazio a mastodontici blocchi residenziali, a contenitori del consumo individuale e grandi distretti industriali.

Ritornare in questi territori sferzati dalla contrazione, dall’abbandono e da fenomeni non trascurabili di dispersione, almeno in principio, mi ha creato un certo scompenso : non riconoscevo più i paesaggi della mia infanzia e mi sentivo sprovvisto degli strumenti adeguati per comprendere una situazione che meritava di essere raccontata. Ingenuamente davo per scontato il progresso infinito, l’impossibilità di fermare i processi di globalizzazione territoriale che propongono

nuovi e strabilianti modelli edilizi, ma la sospensione, questa insolita condizione di assenza, di abbandono, per certi aspetti non nuova, in pochi anni di riassetto economico (la cosiddetta crisi), si è rapidamente propagata, maculando i contesti produttivi e non della Megalopoli Padana.

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