Matteo Aimini, All Right Reserved © 2017

Paesaggi del NordEst

Indagini e scenari Re-Cycle al Margine della Pedemontana Veneta

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Pedemontana pass-partout.

O forse no

 

Claudio Bertorelli

Fondazione Francesco Fabbri

1.

“Il nuovo nasce in periferia e si riconosce in città”.

Fu questa la frase di Enzo Rullani che feci mia, circa dieci anni fa, per caricare ingenuamente di senso un percorso di lavori e ricerche che andavo conducendo nelle terre marginali della Pedemontana Veneta, dove un combinato disposto di padri letterari e politica debole hanno creato infiniti tappi a qualunque tentativo di agire con nuovi linguaggi nei settori della cultura, del paesaggio e dell’architettura in genere. Eppure quella è stata la terra delle città sociali di Valdagno e Schio, il buon ritiro di Carlo Scarpa (appunto un padre …) e il distretto della scarpa sportiva attorno a Montebelluna; è stata ed è la terra del Prosecco

e di Permasteelisa, entrambi campioni di incassi nel mondo.

Eppure ci è voluta una Grande Crisi per convincere quel territorio a fare piazza pulita di molti alibi che hanno alimentato per decenni una crescita senza sviluppo.

E ci è voluto perfino un libro, Works di Vitaliano Trevisan, uscito da poco, per mandare definitivamente in soffitta mezzo secolo di società appesa con le mollette al filo sottile della propria storia. In quel libro (ma già anche in uno precedente, “Tristissimi Giardini”) l’autore ambienta le proprie scene in un paesaggio così come trovato, così come lo vuole la Convenzione Europea del Paesaggio: privo di retorica e specchio della trasformazioni consapevoli attuate dalle comunità abitanti. Non necessariamente “bello”, non necessariamente poetico,

e soprattutto non più consolatorio, come invece lo era quello raccontato dai leader culturali precedenti (Zanzotto, Piovene, Parise, Rigoni Stern, …), sulla cui spalla ha pianto per anni un’intera classe dirigente, che con una mano costruiva facili accordi e con l’altra voltava le loro pagine quasi contenessero una litania popolare che si ripete per scacciare il nefasto.

Quindi grazie Trevisan, ma ora che fare? Molto più modestamente avevo cominciato a proporre qualche anno

prima un termine gioco che mi sembrava poter favorire alcune riflessioni mancanti in materia: “casannone”. Dicevo che il casannone (casa + capannone) non era un intruso voluto da loschi speculatori senza nome, ma l’esito fisico di una comunità operosa che nel dopoguerra chiedeva più o meno consciamente di procedere con metodo “barbaro” (quello che Renato Bocchi, nella prefazione a questo libro, recupera da un testo specifico di Gianfranco Bettin e quest’ultimo, a sua volta, da Goffredo Parise). Il casannone quindi era in sé un paesaggio, certo non quello accolto nel “pantheon” di prima, ma comunque l’unità minima di un disegno che ha retto per molto tempo le sorti economiche e sociali della Pedemontana Veneta. Il sociologo Aldo Bonomi ancora lo utilizza per introdurre la sua analisi a partire dalla solita domanda braudeliana: “Un territorio prima lo si pensa e dopo lo si abita, o prima lo si abita e dopo lo si pensa? ”. Ebbene l’epopea del casannone e quella dei più recenti “capannoni alla Tremonti” (quelli sorti un po’ dappertutto per effetto della legge omonima sulla defiscalizzazione degli investimenti immobiliari legati alla produzione), ma anche la domanda braudeliana di Bonomi, hanno mandato in confusione i ranghi di un discorso che invece ha urgente bisogno di solide definizioni dalle quali ripartire; perché questi sono i mesi in cui si discute di manifattura 4.0, cioè di un mercato della produzione che si misura con l’internet of things, e non è più

 

2.

3.

possibile affidarsi a politiche territoriali che viaggiano a 0.4 !

Dire Pedemontana in Regione Veneto è come dire Palladio a Vicenza, o Colosseo a Roma, o qualunque altro nome di luogo o persona che si è sganciato dal proprio significato d’origine ed è diventato una sorta di pass-partout a cui tutti s’appoggiano per attrarre un interesse. Dire Pedemontana significa infatti evocare temi diversi nel dibattito attuale: in taluni casi si fa riferimento alla grande Superstrada in costruzione, in altri alla nuova destinazione turistica individuata nella Legge Regionale sul Turismo, in altri ancora alla terra di mezzo popolata da partite IVA tra le montagne e la linea di medie città che gravitano sulla Dominante Venezia. Chissà poi quali altri temi nasconde un territorio sul quale si sono depositati moltissimi “strati” anche solo nella Storia recente. Sostengo questo non perché voglia richiamarli separatamente, ma piuttosto il contrario, perché ritengo urgente alimentare una nuova stagione capace di leggere attraverso gli strati, di interrelarli al fine di trovare un nuovo linguaggio ed anche una nuova ragione di bellezza. Vi è che recentemente in questo corridoio compreso tra la valle dell’Agno e il Fiume Piave si sono manifestati contemporaneamente tre fenomeni spaesanti anche per un luogo fortemente radicato ed identitario come la Pedemontana Veneta: appunto il tracciato di cantiere della Superstrada Pedemontana Veneta (e relative fasce intercluse o vincolate al suo attraversamento), l’abbandono proprio lungo tale tracciato di molti insediamenti produttivi di nuova edificazione e il consolidarsi di nuove politiche di riuso finalizzate alla volontà di arrestare

il consumo di aree agricole. Ognuno dei tre continua a dividere

l’opinione pubblica, i decisori e i protagonisti economici in favorevoli e contrari, tanti sono gli effetti che scatena.

Ebbene è evidente che ciò accade perché siamo a una curva della

Storia: si abbandona un alfabeto e se ne costruisce un altro, con un grande sforzo di reset e di ricomposizione dei linguaggi che utilizziamo per guardare e progettare i luoghi della modernità, compresi ovviamente quelli che abbiamo sottovalutato ritenendo che potessero restare ai margini dei nostri interessi. I luoghi del lavoro appunto, per i quali passa ancora una buona fetta identitaria del Nord Est.

 

In tutto questo cambiare rapidamente sono davvero poche le ricerche che si misurano su una riflessione sinottica, ed ecco spiegato il perché di un interesse profondo che lega Fondazione Francesco Fabbri a questi temi e, conseguentemente, all’assegno di ricerca promosso da IUAV con la Fondazione stessa, condotto da Matteo Aimini ed intitolato “Il progetto di paesaggio tra infrastruttura e riciclo. Nuovi territori in prossimità della Pedemontana Veneta”. In esso vi si riconosce il giusto atteggiamento per far emergere proprio quelle letture sinottiche che ancora mancano nel dibattito e di cui invece si sente grande necessità. Letture necessariamente ibride, non gravate da padri culturali eccessivamente ingombranti e francamente

oggi poco utili per declinare il Presente. Letture che sono

cresciute con l’apporto di attività seminariali collettive e di verifiche con i decisori e gli operatori economici attivi nel territorio di ricerca (workshop “Seconda Natura”, Seminario di verifica del progetto “NordEst. I territori della Pedemontana Veneta”, Seminario intermedio di approfondimento “Verso la città paesaggio”). Letture nelle quali si cerca di dare strumenti sia a quella parte di dibattito a trazione culturale prevalente che considera negativamente il consolidarsi di una “metropoli diffusa” in Veneto, sia all’altra parte, più di matrice politico-industriale, che lamenta esattamente il contrario, e cioè l’assenza di una visione metropolitana organizzata. Ancora una volta due posizioni di visione opposta.

Nella ricerca di Aimini e IUAV si parla ad esempio di “banca dell’abbandono”, senza precisare che essa nascerebbe inevitabilmente come “bad bank” e che accederebbe di diritto al mercato dei titoli NPL (non performing loans) di cui oggi tanto si parla. Forse la dovrebbe precedere una “borsa dell’abbandono” finalizzata a verificare la reale esistenza di un mercato oppure, ancora prima, a gettare le basi per una nuova geografia che ancora oggi ci è tenuta in parte nascosta; perché i grandi numeri, se negativi, fanno paura. Ma in questo caso sono parte della nostra storia e come tali vanno accettati. Il costo di non farlo potrebbe essere perfino più alto del costo prodotto

per generare tale situazione.

 

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