Matteo Aimini, All Right Reserved © 2017

Paesaggi del NordEst

Indagini e scenari Re-Cycle al Margine della Pedemontana Veneta

Ita

Eng

Note a pié di pagina

e a pié di monte

 

Renato Bocchi

 

1.

Ho trovato in un libro di Gianfranco Bettin (Gorgo, in fondo alla paura, Feltrinelli, Milano 2009) un capitolo, al titolo Veneto barbaro, che –ripercorrendo in breve illustri letture del territorio e del paesaggio veneti – illumina vividamente i fenomeni di trasformazione subiti da quel territorio e quel paesaggio dal dopoguerra ad oggi. Mi prendo la libertà di riprodurlo qui di seguito quasi integralmente quale fondamentale premessa conoscitiva per affrontare le analisi e le ipotesi progettuali “laboratoriali” proposte in questo lavoro di ricerca da Matteo Aimini. «Molte cose sono cambiate, anche se non è certo scomparso il paesaggio che era “dovunque presente nel Veneto come una persona viva”, descritto da Guido Piovene nel suo celebre reportage della metà degli anni cinquanta (Viaggio in Italia, Baldini Castoldi Dalai,

riedizione del 2007). A proposito della Marca trevigiana, scriveva che “siamo nella parte più dolce, e quasi più greca, del Veneto” dove “il paesaggio raggiunge un massimo di equilibrio e di grazia, si uniforma fin troppo a un modello ideale”. Per questo, “nel Veneto anche il paesaggio è per metà natura e per metà quadro” e “tutta la campagna veneta è, per così dire, estetizzata” e “la civiltà veneta è soprattutto coloristica, architettonica e idillica”.

Questi tratti, per Piovene, producono “appagamento e delizia in se

stessi, affondamento voluttuoso nella propria natura (...) scarsa inclinazione a mutare”; è questa la radice forte del “conservatorismo veneto” che è “amore non del passato, ma semplicemente di sé”. E’ un’osservazione illuminante, perché spiega bene come quel conservatorismo si è poi mutato in forza di trasformazione, di sviluppo economico e produttivo (e di mutazione sociale e ambientale). E’ proprio quell’amore di sé che ha spinto a cercare e a volere sempre di più e che, soprattutto, è passato dalle ristrette classi dominanti di un tempo a ceti più vasti, che conoscevano la campagna e l’agricoltura ma anche la fabbrica e la città (perché c’erano stati a lavorare o studiare) e che hanno messo in campo il proprio “amore di sé”, la propria ricerca

di appagamento, o anche solo la propria voglia di sfuggire alla

povertà, all’emigrazione, alla subalternità. Volevano far da sé, essere autonomi, nella propria vita e nel proprio lavoro, fabbricarsi il destino, cominciando con la casa e il lavoro, e poi volevano magari anche le comodità, i nuovi agi del moderno. Piovene se ne accorge, a un certo punto del suo viaggio, ma ciò che vede gli sembra più un segno della fine di un tempo, e di un degrado incombente: “il paesaggio è imbruttito da costruzioni volgari e nuove usanze, (…) più che di un vero mutamento, si ha la visione di un’antica vita che si vanifica”. In realtà, era appena l’inizio del remissiamento di Zanzotto, che veniva da fora ma, appunto, anche da dentro. Lo capisce forse meglio di tutti Goffredo Parise, che in una delle sue ultime pagine descrive magnificamente il crogiolo veneto di culture e suggestioni da cui scaturisce, infine, una singolare modernità. “Se il Mediterraneo nasconde nelle sue profondità arte e cultura come i Bronzi di Riace, in questa terra veneta vivevano però con i loro elfi e coboldi le culture nordiche e barbariche, non più mediterranee ma boschive, fungacee, muschiose, gelate e nebbiose della fantasia di Andersen e dei Grimm, della steppa e delle sinagoghe russe. Una teoria della civiltà difficile da dimostrare se non con i poveri mezzi dell’arte, come ha fatto il poeta Andrea Zanzotto e come ho fatto io con alcuni racconti. Difficile da dimostrare ma tuttavia reale, battuta e confusa dalle nebbie invernali, dai silenzi gelidi dei picchi nevosi,

privi di interlocutori culturali, dai borgorigmi dei nostri dialetti che

conservano ben poco di latino, di mediterraneo, e si agganciano piuttosto agli urli e agli ululati degli invasori con gli elmi cornuti e le lunghe barbe rosse dello stesso colore dei peli di quel pastore natalizio”.

2.

3.

Cosa c’entra questo Veneto remoto, arcaico e tuttavia onnipresente ancora nella vita di Parise, cioè ancora per tutto il Novecento? Se lo chiede il grande scrittore di Vicenza, grande viaggiatore e cittadino del mondo, radicatosi infine nella Marca (“La mia Patria è qui a Ponte di Piave” scrive, tra la casa nel centro storico e la casetta amatissima sul fiume, a Salgaredo). Se lo chiede e si risponde da par suo. “Mi chiedevo quale cultura potesse legare la solenne bellezza delle colonne palladiane, dei mattoni e dei portici padovani, dei ponti veronesi, della scintillante Venezia con il suo ricciolo di ferro sulla punta delle gondole e i suoi pittori alla enorme quantità di piccole e grandi fabbriche del Veneto e non ne trovavo nessuna salvo una e una sola:

la forza barbarica della terra, che ha prodotto lavoro nei campi fino

a ieri e ora produce lavoro nelle fabbriche. Ma era forza barbarica, a

cui la mia stessa arte si nutriva, non cultura latina e mediterranea.

In certo qual modo un’altra invasione, di lavoro industriale anziché

agricolo. In fondo il Veneto ha avuto il suo riscatto, e la sua cultura

popolare, dal mondo moderno, il mondo della produzione e del

consumo. Altro che Veneto bianco, bigotto eccetera, i luoghi comuni della politica! Il Veneto era, ed è forte, barbaro, e dunque produttivo e dunque industriale” (Goffredo Parise, Veneto “barbaro” di muschi e nebbie, in Opere, I Meridiani, Mondadori 1989).E’ da questo che viene la mutazione, nasce dentro il lavoro vivo e dentro la sua cultura e il suo istinto, per diventare un processo che stravolge i connotati del territorio e della società che lo abita. Parise sembra qui contraddire il suo concittadino Piovene, ma la differenza tra i due è meno drastica di quanto sembri. Il conservatorismo e l’estetismo che Piovene illustra sono la preziosa cornice e la brillante superficie di un mondo

armoniosamente ingabbiato,per secoli, dalla sua classe dominante, così sicura di sé da concedersi il lusso e il piacere di cercare il bello dentro le ferree forme del proprio dominio. Un mondo, tuttavia, che attorno e al di sotto di quella gabbia elegante, esprime una vitalità non doma, insopprimibile, che modernità infine sprigiona, scatenando spiriti, energie, volontà, progetti, imprese. Una forza arcaica e viscerale che viene dal fondo di una storia antica e dalla viva determinazione di un istinto e di una volontà. Una forza che muta l’ambiente e, insieme, la società e il suo destino.(…)Anche i nuovi viaggiatori, e i nuovi autori di reportage, vedono e raccontano questo Veneto, spinto

dalla forza “barbara” descritta da Parise ben oltre l’elegante e armonioso “conservatorismo estetizzante” di Piovene. La percezione di uno spiazzamento, a volte di uno smarrimento, spinge verso una ripresa di analisi di campo, a volte solo osservazioni di superficie, altre volte veri approfondimenti sia sul nesso tra mutazione e comportamenti sociali (e politici) sia sul nuovo volto, sul nuovo paesaggio veneto emerso dalla modernizzazione. (…) La scelta di essere fino in fondo

“metropoli diffusa” viene esplicitamente rivendicata dal presidente

della Regione Veneto, Giancarlo Galan, il quale, presentando il nuovo Piano territoriale regionale di coordinamento, in pratica il piano regolatore della regione, il 20 febbraio 2009, ne rimarca l’idea cardine: “Il Veneto è un’unica grande città metropolitana con i suoi centri abitati, i suoi parchi, le sue periferie … le sue zone commerciali, le sue vie di comunicazione. Una città come Los Angeles …”. Nell’agropoli erano ancora visibili e vivibili, e restavano centrali, ancorché già caricati del nuovo insorgente modello di sviluppo, i segni della comunità e del

paesaggio di un tempo. Nella megalopoli, la metropoli diffusa – nella Los Angeles veneta – quei segni spesso non diventano che relitti, sopravvivenze che, laddove conservano più spazio e peso, vengono integrate in un modello produttivo (l’industria turistica) che tende spesso a svuotarle di significato e autenticità».

Fin qui Bettin e le interpretazioni dei suoi illustri predecessori: disegnano un Veneto industrioso e barbaro, che innesta – con tutti i rischi e le cadute del caso – su una grande tradizione culturale e una fantastica eredità paesaggistica ricca di valori estetici, una modernità produttiva spregiudicata, producendo un cambiamento profondo (spesso devastante) dei connotati territoriali e degli stessi stili di vita e di insediamento.

A questi mutamenti, che hanno condotto alla “metropoli diffusa” di cui sopra,si sono aggiunti in questi ultimi anni gli effetti destabilizzanti della crisi economica, dell’abbandono e della dismissione di molta parte degli apparati produttivi del cosiddetto “capitalismo molecolare”

(secondo la nota definizione di Aldo Bonomi – cfr. in particolare il

suo interessante libro Il capitalismo in-finito, Einaudi, Torino 2013) e gli ulteriori mutamenti connessi alla profonda rivoluzione nel mondo del lavoro, della produzione e dei comportamenti stessi, prodotti dalla new economy e dall’innovazione digitale e telematica.

Forse ora il problema è coniugare – come ho scritto altrove (vedi il

mio articolo “Paesaggio e infrastruttura nel Pedemonte”, in: C.Cozza e I.Valente (a cura di), La freccia del tempo, Pearson Italia, Milano 2014) - smartland con piedmont o, più semplicemente e italianamente, un territorio intelligentemente governato con una realtà pedemontana che sappia sfruttare virtuosamente le potenzialità di quel rapporto orizzontale-verticale, figura-sfondo, insomma quel rapporto fra pianura e colli-montagna, che è anche un rapporto interessante di integrazione fra differenti paesaggi agrari, fra industria e agricoltura, fra globale e locale, oltre che una dimensione interessante per la stessa vocazione di leisure di tali territori, fra eno-gastronomia, memorie storiche, testimonianze e manifestazioni culturali, attività ginnico-sportive.

“Qui ci si trova di fronte – scrive Maria Chiara Tosi (“Il territorio della

Pedemontana Veneta”, in: A.Peressa (a cura di), Pedemontana Veneta, Il Poligrafo, Padova 2009) –a consistenti aree urbanizzate che hanno inglobato i centri preesistenti entro un grande reticolo insediativo nel quale la presenza dello spazio aperto è significativa, ma non sempre capace di ritagliarsi ampi spazi autonomi.(…) Ed è proprio la particolare connotazione paesistica-ambientale ad assumere un ruolo di grande rilievo, una centralità inusuale”. Sempre più il paesaggio del“pedemonte” sta diventando quindi anche un nuovo modello insediativo a carattere polinucleare, potenzialmente una“città-paesaggio”,attraente sia per qualità della vita residenziale (anche con fenomeni diffusi di gentrification) sia per valore di tempo libero: qualcosa di simile a quella che fu lastagione storica della “villeggiatura”; fenomeno interessante, pur se pericoloso per i destini del paesaggio medesimo (Zanzotto docet). Uno scenario in cui anche le strutture produttive e gli spazi del lavoro, fondati su un modello economico-produttivo rinnovato (con una sempre più larga presenza dell’agro-alimentare, per esempio, ma anche della green economy e dei fenomeni di“nuove professionalità” collegabili all’“intelligenza sociale diffusa, ai saperi progettuali e terziari che sono cresciuti e ragionano sul destino e sullar appresentazione

del NordEst che verrà” (Aldo Bonomi e Roberto Masiero, Dalla smart city alla smartland, Marsilio, Venezia 2014), possano trovare opportuni livelli di integrazione con quella stessa città-paesaggio. Un modello che ci si augura capace –abolendo finalmente la corsa al consumo di suolo di operare un effettivo ri-ciclo radicalmente concepito del patrimonio edilizio e infrastrutturale esistente. In una simile prospettiva,

l’ostica operazione infrastrutturale della superstrada Pedemontana

Veneta potrebbe essere germe generatore di un rilancio delle

valenze comunitariee identitarie di territori che vanno cercando un

riscatto e un ruolo proprio a partire dall’entrata in crisi del modello di sviluppo“molecolare” che produsse fino a pochi anni fa la loro fortuna in senso economico e la loro devastazione in senso paesaggistico.

E’ qui – ribadisce ancora Bonomi (ibidem) –che “la cittadinanza che parte dai luoghi si può fare attiva con forme di partecipazione e condivisione dal basso di progetti di sviluppo in interazione con amministrazioni e forze locali”e che“gli attori che pensano un territorio come rampa di lancio per affrontare la globalizzazione non più soltanto come flussi in entrata, quanto come progetti di andata nel mondo, come globalizzazione in uscita” possono farsi motori di un “nuovo ciclo” economico-produttivo e insieme sociale e comunitario, ma anche forse di un nuovo progetto collettivo territoriale,fondato per l’appunto sul ri-ciclo di valori architettonico-urbani e paesaggistici obsoleti e negletti (i fiumi, per esempio, o itinerari di memoria o piccoli borghi e casali o aree naturalistiche più o meno protette) o di risorse abbandonate e dismesse considerate usualmente “disvalori” (i capannoni in disuso o le ferrovie dismesse o alcuni brani delle stesse “periferie diffuse”). Su questa linea si può forse lavorare in modo di arrestare il consumo di suolo, valorizzando da un lato le possibilità di consolidamento e irrobustimento (nel“carattere”) dei brani dell’insediamento disperso, dei landmarks territoriali e delle maglie o reticoli infrastrutturali che li collegano; dall’altro lato valorizzando le potenzialità connettive e di infrastrutturazione possedute dagli stessi

4.

5.

brani del paesaggio non costruito (spazi urbani, spazi agricoli, spazi boscati, corsi d’acqua,alture e via dicendo), insomma metamorfizzando l’informe patrimonio edilizio-infrastrutturale della città dispersa a favore dei caratteri morfologici del Pedemonte.

Significativi riferimenti in tal senso sono le interessanti analisi interpretative del fenomeno proposte da Aldo Bonomi, Federico Della Puppa e Roberto Masiero non solo nel libro già citato del 2014, ma anche nel recentissimo La società circolare. Fordismo, capitalismo molecolare, sharing economy, Derive-Approdi, Roma 2016. «Non sono mai stato sostenitore – vi scrive Bonomi - di una più o meno naïf decrescita, di esperimenti utopici basati sul primato del valore d’uso o del localismo programmatico delle tipicità. Ho sempre sostenuto che tutto ciò dovesse integrare e fondersi con il nostro capitalismo di territorio. Parlo cioè dei soggetti della metamorfosi del fare impresa, degli artigiani digitali delle stampanti 3D, del nuovo made in Italy che

fa resilienza, dei creativi messi al lavoro nel nuovo ciclo, dei ritornanti con imprese innovative che rianimano parchi e territori un tempo ai margini dello sviluppo, sino all’emergere di cooperative di comunità e imprese sociali che fanno welfare community, deboli tracce da cui partire per la coesione sociale che verrà. Sono le aziende che guardano alla società, che investono nel rapporto con le comunità (dei lavoratori, del territorio, di filiera ecc.), imprese low profit che antepongono la logica degli investimenti di medio e lungo periodo alla remunerazione a breve degli azionisti. Ma anche le for profit che producono beni e servizi alla persona, start up a vocazione sociale, che tengono insieme innovazione e cura, imprese della sharing economy, che utilizzano la rete come dispositivo di aggregazione e condivisione della domanda, sino agli ibridi organizzativi che mettono assieme una storia e finalità no profit con gestione for profit, ai visionari che promuovono e vendono significati affluenti, ai facilitatori che intervengono sulle condizioni che strutturano i mercati, alle fabbriche della condivisione, i fab lab che nascono dal basso nei contesti

urbani figli della logica reticolare mutuata da internet. Questa nuova economia leggera è in stretta relazione con l’affermarsi simultaneo di differenti processi tecnologici e sociali carichi di suggestioni: possono cioè essere smart, social e green. (…) Intorno alle pratiche richiamate si coagulano comportamenti, emergono bisogni e tracce di domanda politica, si esprimono valori e visioni del mercato, della società e delle istituzioni che occorre decifrare, analizzare e accompagnare.

Questo quinto stato ha certamente nella città il suo spazio emblematico(…) Camminando lungo le strade, insieme ai negozi vuoti per la crisi, s’incontrano i luoghi di ibridazione in cui si mette insieme tutto, il co-working e il ristorante, il mercato della terra e il posto dove incontrarsi. Si è passati dai centri sociali, che erano luoghi di resistenza, a questi luoghi di resilienza, di riuso creativo del costruito, di “produzione dello spazio” di segno diverso dai grandi progetti elaborati dall’insostenibile alleanza tra finanza e real estate». «La questione dell’economia circolare, quindi della società circolare – aggiungono Masiero e Della Puppa – è presente all’interno della stessa logica del modo di produzione digitale che alcuni definiscono postindustriale. Ciò che riteniamo oggi significativo, sia in chiave economica che politica, è il fatto che il modo di produzione industriale aveva come primato la dimensione materiale delle cose, mentre quello digitale pone il primato, sia economico che politico, dell’immateriale. (..) Il modo di produzione digitale non si giustifica più con la storia, non ha nessun bisogno di relegare gli antichi saperi e le

antiche pratiche in luoghi sacrificali, ma li può riutilizzare, li riusa, li

rende circolari. (…) Si tratta perciò di passare dal piano come prefigurazione aI servizi come processo.

E’ il passaggio dalla città meccanica alla città delle molecole, dalle

infrastrutture alle persone, dalla città materiale a quella immateriale. Questo significa smart city, smartland, smart community: open source, logiche sharing, sviluppo della creatività e dell’intelligenza collettiva, inclusione, sostenibilità, resilienza. Non amministrare l’esistente, ma governare il possibile, tenendo tutto in relazione sistemica. (…) Se esiste una economia circolare, allora esiste un modello circolare di sviluppo che coinvolge necessariamente non solo le materie prime e i prodotti, le case e gli edifici, i modelli di consumo e di uso delle risorse, ma anche il territorio stesso, le infrastrutture, il paesaggio e le città. Se c’è una economia circolare anche la città non può essere che circolare. (…) una delle tesi sulle quali stiamo lavo-

 

 

rando è l’analogia sistemica tra modo di produzione digitale e società circolare. Una società circolare è una società inclusiva che usa le informazioni e le relazioni tra i soggetti per creare condizioni di benessere e migliorare la qualità della vita dei cittadini, delle imprese, dei turisti. Una società circolare è pensata come luogo di auto rigenerazione, nel quale i processi vengono costantemente misurati, analizzati, valutati e modificati, migliorando costantemente le interazioni».

In questo scenario mobile quale può essere il ruolo del progetto urbano e del paesaggio? Quali ipotesi e strumenti può mettere in campo per ripensare quella “metropoli diffusa”, rovesciando l’ottica corrente e riportando alla luce l’infrastruttura-paesaggio ed i suoi valori fondativi dell’identità storico-geografica di questi territori, fuori da qualsiasi visione nostalgica, ma con la volontà di ritrovarne i fondamenti di un radicamento secolare ancora in grado di costituirne struttura portante e relazionale?

E’ pensabile che le residuali “stanze di paesaggio” - che si agganciano ad una obsoleta, ma capillarmente presente, rete infrastrutturale (idrica e viaria) - possano tornare ad esercitare un ruolo fondativo ed aggregante di una “città-paesaggio” policentrica, arcipelagica, ramificata, fortemente integrata, che corrisponda soprattutto alla logica smart, fortemente relazionale, della nuova “società circolare”e dei nuovi stili di vita del XXI secolo? E’ possibile pensare un’agropoli aggiornata a smart–land che sappia configurare un modello insediativoproduttivo-

culturale capace di integrare il Veneto barbaro acciaccato

dalla crisi e il Veneto nobile infiacchito e spossato dallo sviluppo e

dalla civiltà “tavernicola” (secondo il divertente neologismo di Marco Paolini)?

E come può il riciclo delle infrastrutture e dei manufatti junk - lasciati sul campo dall’onda dello sviluppo tumultuoso e dalla successiva tremenda risacca - aiutare a costruire nuovi cicli di vita per quella possibile smartland? Domande difficili, nessuna soluzione prét-aporter, solo paziente modesta “tentativa” attività di ricerca. Questo è quel che cerca di offrire questo volume, con un po’ di azzardo e molto“ottimismo della volontà”.

 

 

Matteo Aimini, All Right Reserved © 2017

Se non visualizzi il menù, ruota il dispositivo o in alternativa suggeriamo di consultare la medesima piattaforma con un dispositivo video di maggiore risoluzione

 

Paesaggi del NordEst

Indagini e scenari Re-Cycle al Margine della Pedemontana Veneta