DITTICI FOTOGRAFICI

Letture per contrasti

45°46'14.76" N 12°11'40.44"E

 

Dittici della produzione

 45°46'40.22" N 12°14'10.70"E

45°46'36.79"N 12° 6'32.08"E

 

Dittici della città paesaggio

45°46'36.11"N 12° 6'35.78"E

 

Matteo Aimini, All Right Reserved © 2017

Paesaggi del NordEst

Indagini e scenari Re-Cycle al Margine della Pedemontana Veneta

45°46'36.79"N 12° 6'32.08"E 45°43'15.24"N 11°56'47.89"E

 

Dittici dei margini

45°42'2.73"N 11°53'56.80"E

 

45°44'17.57"N 11°42'24.95"E

 

Dittici dei manufatti

45°48'40.06"N 12°14'14.14"E

 

45°52'28.70"N 11°57'50.03"E

 

Dittici della memoria

45°43'46.45"N 12°12'55.28"E

 

“(...) Il paesaggio è la miglior cartina tornasole della ricchezza e dello sviluppo. L’aspetto delle città, radicalmente mutato negli ultimi vent’anni, continua incessantemente a cambiare (con l’esclusione dei centri storici, fossilizzati nell’ambra delle chiesette romaniche e delle piazze medioevali). Nuovi quartieri e nuovi conglomerati edilizi sorgono nelle vicinanze di centri direzionali, zone d’espansione produttiva, autovie orbitali. Demolizione e ricostruzione non si fermano mai.

I palazzi degli anni cinquanta e sessanta vengono rasi al suolo, sostituiti da condomini di ultima generazione, autosilos, torri commerciali. Le strade sono perennemente intasate, il traffico risulta insostenibile. Il maggior freno allo sviluppo sembra lo sviluppo stesso. Lontano dai centri urbani il mutamento appare maggiore. Attraverso la campagna veneta ciò che colpisce non è affatto la densità dei capannoni, come vorrebbe il luogo comune, ma la ripetizione delle forme, l’azzeramento delle differenze. Ogni piccolo paese appare simile o identico a ogni altro. Una serie di condomini di recente costruzione, con facciate color ocra o salmone, con garage sotterranei e infissi in pvc, hanno preso il posto delle vecchie case di campagna lungo la strada

principale.(...) Nella via centrale di questi paesi ci sono quattro o cinque banche, un agenzia immobiliare, un negozio incongruo, di fiori o stoffe o coltelli ( sempre lì da cinquant’anni, sopravvissuto alle infinite mutazioni urbanistiche), un bar gestito da cinesi dove nessuno mette piede e nient’altro. La quiete metafisica di questi piccoli paesi è affascinante. Tutto appare chiaro, sgombro, intatto. Marmo e vetrocemento e pvc  compongono successioni di superfici lisce, dove nessuna ruggine può formarsi, svilupparsi.” (Bugaro, 2010)

 

Questo estratto della novella “Bea Vita ! Crudo Nord Est”, che mi

permetto di citare per intero, sarebbe da aggiungere per arguzia ai grandi classici narrativi, citati anche da R.Bocchi nell’introduzione a questo volume, che hanno descritto più volte nel corso del tempo, con tratti quasi neorealisti, i territori del NordEst. Le parole di Bugaro non lasciano dubbi, descrivono con precisione, una polaroid impietosa immune “alla ruggine”.

Ispirandosi a tale immaginario si è provato a passare dalla parola all’immagine , si è ritenuto che lo strumento del racconto fotografico per opposti potesse rappresentare un primo approccio utile per avvicinarsi al paesaggio, all’immaginario sotteso dei luoghi, raccontando i paradossi, in una forma esplorativa e libera e per certi aspetti intima. Lasciando indagare lo sguardo della macchina nelle forme del costruito attraverso un punto di vista ironico e disilluso. I dittici di seguito presentati, sono stati organizzati per sezioni nel tentativo

di mettere in risonanza delle categorie apparentemente scontate e forse prive del giusto appeal che meriterebbero.

Il progetto a cura del collettivo fotografico Habitat è stato impostato per restituire cinque racconti visivi per opposti che lavorano in apparente contraddizione / antinomia :

 

Dittici della produzione

Esprimono la dualità delle anime produttive di questo territorio. Da un lato si lavora delle placche industriali, densamente edificate e talvolta prive degli adeguati standard urbani per definirsi tessuti integrati nel e dal territorio. Nella maggior parte dei casi infatti, sono isole di cemento, ipotetici cretti burriani votati alla produzione ma costantemente sotto assedio dall’altra dimensione economica prevalente, l’agricoltura, che negli ultimi anni, dopo la crisi generalizzata delle PMI, ha subito un evidente crescita sia quantitativa che qualitativa, non senza problemi e ricadute negative sul paesaggio.

 

Dittici città paesaggio

Le morfologie del costruito sono raccontante e messe in ridondanza dall’unico tratto in comune : la sezione stradale, quasi sempre deserta, su ci si appoggiano i manufatti edilizi. Tale categoria racconta i rapporti tra i sistemi produttivi e le unità residenziali dell’ultima pianura prima del pedemonte, delle rigide dualità frutto di scelte pianificatorie passate (zoning funzionale), nate probabilmente per arginare e migliorare le condizioni del territorio invaso dai “casannoni”, satrapi di un primo modello economico oggi in difficoltà.

 

Dittici dei margini

Indaga i territori in sospensione, in attesa del brusco cambiamento che li coinvolgerà, nel momento in cui la superstrada pedemontana ne modificherà definitivamente l’assetto e la funzione, rendendoli paesaggi di frangia. Nonostante il futuro incerto dell’operazione infrastrutturale,

si registrano terreni in vendita, campi di grano abbandonati

che stridono con l’ordine e la cura dei molteplici vivai presenti

tra Bassano e Villorba.

 

Dittici dei manufatti

Narra i sedimi, le escrescenze edilizie di nuova generazione che negli ultimi quindici anni hanno lentamente colonizzato i territori della dispersione, depositando di fatto una serie di strutture talvolta di feroce audacia o di bizzarra comprensione.

 

Dittici delle memorie

Si occupa di rileggere i manufatti storici e della memoria di questo paesaggio e di come essi si siano lentamente integrati con l’espansione del costruito. Dai monumenti ai caduti della grande guerra, che si ergono solitari ed imponenti ai fabbricati rurali svuotati e aggrediti dal muro dei tessuti industriali.

“(...) Il paesaggio è la miglior cartina tornasole della ricchezza e dello sviluppo. L’aspetto delle città, radicalmente mutato negli ultimi vent’anni, continua incessantemente a cambiare (con l’esclusione dei centri storici, fossilizzati nell’ambra delle chiesette romaniche e delle piazze medioevali). Nuovi quartieri e nuovi conglomerati edilizi sorgono nelle vicinanze di centri direzionali, zone d’espansione produttiva, autovie orbitali. Demolizione e ricostruzione non si fermano mai.

I palazzi degli anni cinquanta e sessanta vengono rasi al suolo, sostituiti da condomini di ultima generazione, autosilos, torri commerciali. Le strade sono perennemente intasate, il traffico risulta insostenibile. Il maggior freno allo sviluppo sembra lo sviluppo stesso. Lontano dai centri urbani il mutamento appare maggiore. Attraverso la campagna veneta ciò che colpisce non è affatto la densità dei capannoni, come vorrebbe il luogo comune, ma la ripetizione delle forme, l’azzeramento delle differenze. Ogni piccolo paese appare simile o identico a ogni altro. Una serie di condomini di recente costruzione, con facciate color ocra o salmone, con garage sotterranei e infissi in pvc, hanno preso il posto delle vecchie case di campagna lungo la strada

principale.(...) Nella via centrale di questi paesi ci sono quattro o cinque banche, un agenzia immobiliare, un negozio incongruo, di fiori o stoffe o coltelli ( sempre lì da cinquant’anni, sopravvissuto alle infinite mutazioni urbanistiche), un bar gestito da cinesi dove nessuno mette piede e nient’altro. La quiete metafisica di questi piccoli paesi è affascinante. Tutto appare chiaro, sgombro, intatto. Marmo e vetrocemento e pvc  compongono successioni di superfici lisce, dove nessuna ruggine può formarsi, svilupparsi.” (Bugaro, 2010)

 

Questo estratto della novella “Bea Vita ! Crudo Nord Est”, che mi

permetto di citare per intero, sarebbe da aggiungere per arguzia ai grandi classici narrativi, citati anche da R.Bocchi nell’introduzione a questo volume, che hanno descritto più volte nel corso del tempo, con tratti quasi neorealisti, i territori del NordEst. Le parole di Bugaro non lasciano dubbi, descrivono con precisione, una polaroid impietosa immune “alla ruggine”.

Ispirandosi a tale immaginario si è provato a passare dalla parola all’immagine , si è ritenuto che lo strumento del racconto fotografico per opposti potesse rappresentare un primo approccio utile per avvicinarsi al paesaggio, all’immaginario sotteso dei luoghi, raccontando i paradossi, in una forma esplorativa e libera e per certi aspetti intima. Lasciando indagare lo sguardo della macchina nelle forme del costruito attraverso un punto di vista ironico e disilluso. I dittici di seguito presentati, sono stati organizzati per sezioni nel tentativo

di mettere in risonanza delle categorie apparentemente scontate e forse prive del giusto appeal che meriterebbero.

Il progetto a cura del collettivo fotografico Habitat è stato impostato per restituire cinque racconti visivi per opposti che lavorano in apparente contraddizione / antinomia :

 

Dittici della produzione

Esprimono la dualità delle anime produttive di questo territorio. Da un lato si lavora delle placche industriali, densamente edificate e talvolta prive degli adeguati standard urbani per definirsi tessuti integrati nel e dal territorio. Nella maggior parte dei casi infatti, sono isole di cemento, ipotetici cretti burriani votati alla produzione ma costantemente sotto assedio dall’altra dimensione economica prevalente, l’agricoltura, che negli ultimi anni, dopo la crisi generalizzata delle PMI, ha subito un evidente crescita sia quantitativa che qualitativa, non senza problemi e ricadute negative sul paesaggio.

 

Dittici città paesaggio

Le morfologie del costruito sono raccontante e messe in ridondanza dall’unico tratto in comune : la sezione stradale, quasi sempre deserta, su ci si appoggiano i manufatti edilizi. Tale categoria racconta i rapporti tra i sistemi produttivi e le unità residenziali dell’ultima pianura prima del pedemonte, delle rigide dualità frutto di scelte pianificatorie passate (zoning funzionale), nate probabilmente per arginare e migliorare le condizioni del territorio invaso dai “casannoni”, satrapi di un primo modello economico oggi in difficoltà.

 

Dittici dei margini

Indaga i territori in sospensione, in attesa del brusco cambiamento che li coinvolgerà, nel momento in cui la superstrada pedemontana ne modificherà definitivamente l’assetto e la funzione, rendendoli paesaggi di frangia. Nonostante il futuro incerto dell’operazione infrastrutturale,

si registrano terreni in vendita, campi di grano abbandonati

che stridono con l’ordine e la cura dei molteplici vivai presenti

tra Bassano e Villorba.

 

Dittici dei manufatti

Narra i sedimi, le escrescenze edilizie di nuova generazione che negli ultimi quindici anni hanno lentamente colonizzato i territori della dispersione, depositando di fatto una serie di strutture talvolta di feroce audacia o di bizzarra comprensione.

 

Dittici delle memorie

Si occupa di rileggere i manufatti storici e della memoria di questo paesaggio e di come essi si siano lentamente integrati con l’espansione del costruito. Dai monumenti ai caduti della grande guerra, che si ergono solitari ed imponenti ai fabbricati rurali svuotati e aggrediti dal muro dei tessuti industriali.

Matteo Aimini, All Right Reserved © 2017

“(...) Il paesaggio è la miglior cartina tornasole della ricchezza e dello sviluppo. L’aspetto delle città, radicalmente mutato negli ultimi vent’anni, continua incessantemente a cambiare (con l’esclusione dei centri storici, fossilizzati nell’ambra delle chiesette romaniche e delle piazze medioevali). Nuovi quartieri e nuovi conglomerati edilizi sorgono nelle vicinanze di centri direzionali, zone d’espansione produttiva, autovie orbitali. Demolizione e ricostruzione non si fermano mai.

I palazzi degli anni cinquanta e sessanta vengono rasi al suolo, sostituiti da condomini di ultima generazione, autosilos, torri commerciali. Le strade sono perennemente intasate, il traffico risulta insostenibile. Il maggior freno allo sviluppo sembra lo sviluppo stesso. Lontano dai centri urbani il mutamento appare maggiore. Attraverso la campagna veneta ciò che colpisce non è affatto la densità dei capannoni, come vorrebbe il luogo comune, ma la ripetizione delle forme, l’azzeramento delle differenze. Ogni piccolo paese appare simile o identico a ogni altro. Una serie di condomini di recente costruzione, con facciate color ocra o salmone, con garage sotterranei e infissi in pvc, hanno preso il posto delle vecchie case di campagna lungo la strada

principale.(...) Nella via centrale di questi paesi ci sono quattro o cinque banche, un agenzia immobiliare, un negozio incongruo, di fiori o stoffe o coltelli ( sempre lì da cinquant’anni, sopravvissuto alle infinite mutazioni urbanistiche), un bar gestito da cinesi dove nessuno mette piede e nient’altro. La quiete metafisica di questi piccoli paesi è affascinante. Tutto appare chiaro, sgombro, intatto. Marmo e vetrocemento e pvc  compongono successioni di superfici lisce, dove nessuna ruggine può formarsi, svilupparsi.” (Bugaro, 2010)

 

Questo estratto della novella “Bea Vita ! Crudo Nord Est”, che mi

permetto di citare per intero, sarebbe da aggiungere per arguzia ai grandi classici narrativi, citati anche da R.Bocchi nell’introduzione a questo volume, che hanno descritto più volte nel corso del tempo, con tratti quasi neorealisti, i territori del NordEst. Le parole di Bugaro non lasciano dubbi, descrivono con precisione, una polaroid impietosa immune “alla ruggine”.

Ispirandosi a tale immaginario si è provato a passare dalla parola all’immagine , si è ritenuto che lo strumento del racconto fotografico per opposti potesse rappresentare un primo approccio utile per avvicinarsi al paesaggio, all’immaginario sotteso dei luoghi, raccontando i paradossi, in una forma esplorativa e libera e per certi aspetti intima. Lasciando indagare lo sguardo della macchina nelle forme del costruito attraverso un punto di vista ironico e disilluso. I dittici di seguito presentati, sono stati organizzati per sezioni nel tentativo

di mettere in risonanza delle categorie apparentemente scontate e forse prive del giusto appeal che meriterebbero.

Il progetto a cura del collettivo fotografico Habitat è stato impostato per restituire cinque racconti visivi per opposti che lavorano in apparente contraddizione / antinomia :

 

Dittici della produzione

Esprimono la dualità delle anime produttive di questo territorio. Da un lato si lavora delle placche industriali, densamente edificate e talvolta prive degli adeguati standard urbani per definirsi tessuti integrati nel e dal territorio. Nella maggior parte dei casi infatti, sono isole di cemento, ipotetici cretti burriani votati alla produzione ma costantemente sotto assedio dall’altra dimensione economica prevalente, l’agricoltura, che negli ultimi anni, dopo la crisi generalizzata delle PMI, ha subito un evidente crescita sia quantitativa che qualitativa, non senza problemi e ricadute negative sul paesaggio.

 

Dittici città paesaggio

Le morfologie del costruito sono raccontante e messe in ridondanza dall’unico tratto in comune : la sezione stradale, quasi sempre deserta, su ci si appoggiano i manufatti edilizi. Tale categoria racconta i rapporti tra i sistemi produttivi e le unità residenziali dell’ultima pianura prima del pedemonte, delle rigide dualità frutto di scelte pianificatorie passate (zoning funzionale), nate probabilmente per arginare e migliorare le condizioni del territorio invaso dai “casannoni”, satrapi di un primo modello economico oggi in difficoltà.

 

Dittici dei margini

Indaga i territori in sospensione, in attesa del brusco cambiamento che li coinvolgerà, nel momento in cui la superstrada pedemontana ne modificherà definitivamente l’assetto e la funzione, rendendoli paesaggi di frangia. Nonostante il futuro incerto dell’operazione infrastrutturale,

si registrano terreni in vendita, campi di grano abbandonati

che stridono con l’ordine e la cura dei molteplici vivai presenti

tra Bassano e Villorba.

 

Dittici dei manufatti

Narra i sedimi, le escrescenze edilizie di nuova generazione che negli ultimi quindici anni hanno lentamente colonizzato i territori della dispersione, depositando di fatto una serie di strutture talvolta di feroce audacia o di bizzarra comprensione.

 

Dittici delle memorie

Si occupa di rileggere i manufatti storici e della memoria di questo paesaggio e di come essi si siano lentamente integrati con l’espansione del costruito. Dai monumenti ai caduti della grande guerra, che si ergono solitari ed imponenti ai fabbricati rurali svuotati e aggrediti dal muro dei tessuti industriali.

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